Motivazione egoistica

Spesso tendiamo ad identificare il nemico come un qualcosa di esterno, di tangibile, qualcosa o qualcuno che ha una forma: il nostro vicino che non ci saluta, il collega che ci fa un dispetto. Ma esiste un nemico ancora piu’ pericoloso, forse l’unico nostro vero nemico, che e’ interiore: la motivazione egoistica.

Il nemico e’ qualcosa che ci creaimo, e’ la nostra mente che crea e definisce il nemico o trasforma qualcuno in nemico. Nasce tutto dalla visione distorta della realta’, nel vedere l’io come realmente esistente, dalla sua parte, indipendente dal resto. Da qui si arriva a credere nell’esistenza del “mio” …

Dunque tutto quello che fa bene all’io e’ bello, e’ buono e ci piace il resto e’ il nemico, qualcosa che dobbiamo allontanare. Questo porta al manifestarsi delle afflizioni nella nostra mente: attaccamento, odio e ignoranza.

La visione dunque dell’io porta a far nascere la preoccupazione di doverlo curare ovvero alla motivazione egoistica

Gli insegnamenti del Buddha hanno lo scopo di purificare le negativita’ della nostra mente.

 

La mente

La nostra mente puo’ avere tante e differenti manifestazioni, tanti pensieri,che si possono classificare pero’ in due macro settori: manifestazioni virtuose e non virtuose.

Semplice no? ma la cosa piu’ importante e’ che le manifestazioni di cui sopra non possono essere gestite in contemporanea dalla nostra mente.

Le manifestazioni mentali non virtuose vengono anche definite difetti o afflizioni mentali. Quando si manifestano dentro di noi saremo infelici e la nostra mente sara’ turbata e agitata. Nel caso invece di manifestazione virtuosa la nostra mente sara’ serena e in pace.

Da qui l’importanza quindi di familiarizzare con le azioni virtuose applicando metodo e saggezza. In questo modo, con li tempo, i pensieri virtuosi sorgeranno in maniera spontanea nella nostra mente.

E’ un cambiamento complesso ma possibile, che ognuno deve fare da solo. Ognuno sara’ maestro, guida di se stesso.

Da dove si comincia? Dall’eliminare il vero nemico interiore: la motivazione egoistica.

[continua … ]

Amore senza attaccamento

Amore senza attaccamento del venerabile Ajahn Sumedho 

http://santacittarama.altervista.org/amore_senza_attaccamento.htm

“… L’attaccamento indica sempre che si vuole qualcosa. “Ti amo”, può voler dire “voglio qualcosa in cambio”. Sia di essere riamato, sia di ottenere quello che si vuole. Quando si tratta di un amore condizionato, si cerca sempre di fare una sorta di affare, giusto? Se mi aspetto di essere rispettato, o che mi si dia qualcosa in cambio, o se chiedo qualcosa, allora vuol dire che c’è attaccamento.

Se invece si amano veramente i propri figli, il proprio marito o la propria moglie, o chiunque altro con un vero amore incondizionato, non c’è attaccamento. O se c’è, una volta che se ne diventa consapevoli, bisogna farlo andare via. Una volta che si è notato l’attaccamento ed e sorta l’intenzione di liberarsene — che non vuol dire sbarazzarsi dei propri figli — si smette di chiedere e di ricattare e così via. Ma è un qualcosa che parte dall’interno; è una rinuncia a questa infausta pretesa emotiva …

 

Dukkha è la verità

Estratto da: Rinunciare al bene e al male del venerabile Ajahn Chah (http://santacittarama.altervista.org/rinunciare_bene_e_male.htm)

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“Si appiccica alla pelle ed entra dentro la carne; dalla carne penetra nelle ossa. E’ come un insetto su un albero che rosicchiando buca la corteccia, il legno, e arriva fino al midollo, finché l’albero muore.

Siamo cresciuti così. Ha messo radici profonde. I nostri genitori ci hanno insegnato la fissazione e l’attaccamento, a dare significato alle cose, a credere fermamente che noi esistiamo come entità indipendenti e che le cose ci appartengono. Fin dalla nascita è questo che ci insegnano. Ce lo sentiamo dire in continuazione, per cui ci entra dentro il cuore e resta lì come una sensazione abituale. Ci hanno insegnato a procurarci cose, accumularle e tenercele strette, a considerarle importanti e nostre. Questo è quello che sanno i genitori, ed è quello che ci insegnano. Perciò ci penetra nella mente, nelle ossa.

Quando cominciamo a interessarci alla meditazione e ascoltiamo l’insegnamento di una guida spirituale, non capiamo bene di che si tratta. Non ci coinvolge veramente. Ci viene insegnato a non vedere e a non fare le cose nel vecchio modo, ma quello che ascoltiamo non arriva fin dentro la nostra mente, ascoltiamo solo con le orecchie. Il fatto è che non conosciamo noi stessi.

Perciò ci sediamo e ascoltiamo l’insegnamento, ma è solo un suono che entra nelle orecchie. Non entra dentro tanto da fare effetto. E’ come un incontro di pugilato: si picchia sodo l’avversario, ma quello resta in piedi. Restiamo imprigionati nella nostra falsa auto-immagine. I saggi hanno detto che spostare una montagna è più facile che smuovere la concezione di sé.

Per spianare una montagna si può usare l’esplosivo, e poi spostare la terra. Ma la fissazione ostinata alla concezione di sé… figuriamoci! I saggi possono insegnarci fino al giorno della nostra morte, senza riuscire a scalfirla. Rimane forte e salda. Le nostre idee distorte e le cattive tendenze restano solide e immutate, anche a nostra insaputa. Perciò i saggi hanno detto che eliminare la concezione di sé e trasformare il punto di vista distorto in retta comprensione è una delle cose più difficili a farsi…

La pratica ha le sue difficoltà, ma in tutto quello che facciamo si passa prima per il difficile per arrivare al facile. Nella pratica del Dhamma partiamo dalla verità di dukkha, la natura insoddisfacente di tutto ciò che esiste. Ma non appena lo incontriamo ci scoraggiamo. Non vogliamo guardarlo. Dukkha è la verità, ma facciamo di tutto per schivarla. Per lo stesso motivo non ci piace guardare le persone anziane, preferiamo guardare quelle giovani …

Dukkha è una nobile verità. Se la affrontiamo, cominceremo a cercare un modo per uscirne fuori. Se siamo diretti in un certo posto e la strada è bloccata, ci daremo da fare per aprire un varco. Lavorando giorno dopo giorno, alla fine arriveremo dall’altra parte. Quando veniamo alle prese con i nostri problemi sviluppiamo la saggezza in modo simile. Se non vediamo dukkha non esaminiamo mai fino in fondo i nostri problemi per risolverli, ci passiamo accanto con indifferenza …

.. E’ necessario conoscere la sofferenza … ”

 

 

Equanimita’

Avendo riflettuto in tal modo
sulle qualità eccellenti del vivere in solitudine,
dovrei pacificare completamente i pensieri concettuali
e meditare sulla mente dell’illuminazione.

Anzitutto dovrei impegnarmi
nel meditare sull’uguaglianza fra sé e gli altri:
dovrei proteggere tutti gli esseri come me stesso
in quanto siamo tutti uguali riguardo alla felicità e alla sofferenza.

Benché vi siano molte parti e aspetti differenti come le mani,
essi costituiscono il medesimo corpo che deve essere protetto.
In modo simile, i differenti esseri migratori, con la loro felicità e la loro sofferenza,
sono tutti uguali nel desiderare come me la felicità.

Dovrei eliminare la sofferenza degli altri
perché è sofferenza, proprio come la mia,
e dovrei recare loro beneficio
perché sono esseri senzienti, proprio come il mio corpo.

Dal momento che sia io sia gli altri
siamo uguali nel desiderare la felicità,
che differenza c’è in me?
Perché mi sforzo soltanto per la mia felicità?

E poiché sia io sia gli altri
siamo uguali nel non volere la sofferenza,
che differenza c’è in me?
Perché proteggo me stesso e non gli altri?

IMPEGNARSI NELLE AZIONI DI UN BODHISATTVA – Testo radice di Shantideva (Istituto Lama Tzong Khapa)

La quarta nobile verita’

La quarta nobile verita’ e’ la verita’ del sentiero. LA natura del sentiero dipende da voi: in un certo senso e’ il vostro agire, ma ci sono linee di orientamento. Il vostro mestro vi presenta un kit fai da te: avrete tutt al’attrezzatura necessaria e tutti gli atteggiamenti richiesti; poi verrete mandati nella giungla e dovrete vivere ricorrendo al vostro kit di sopravvivenza. Nel cuore della giugle samsarica dovrete imparare a sopravvivere e uscirne dall’altro lato.

[Chogyam Trungpa da “La verita’ della sofferenza e la via verso la liberazione“]

 

Sul sentiero incontrerete l’impermanenza, la sofferenza, la vacuita’ e l’assenza dell’ego come un processo sequenziale che dovrete superare ad uno ad uno …

Concentrazione

Avendo sviluppato in tal modo lo sforzo gioioso,
dovrei stabilizzare la mente nella concentrazione meditativa,
poiché la persona la cui mente è distratta,
sta fra le zanne delle afflizioni mentali.

Ma grazie all’isolamento di corpo e mente
non sorgerà alcuna distrazione;
perciò, dovrei rinunciare alla vita mondana
e abbandonare del tutto le concettualizzazioni

A causa dell’attaccamento e della bramosia per i guadagni materiali
e così via, non si rinuncia alla vita mondana.
Dovrei quindi abbandonarli del tutto,
perché un saggio esamina in questo modo

Avendo compreso che le afflizioni mentali sono totalmente annientate
dalla visione speciale congiunta al calmo dimorare,
dovrei anzitutto ricercare il calmo dimorare.
Questo, inoltre, è ottenuto con gioia da chi non ha attaccamento per la vita mondana

IMPEGNARSI NELLE AZIONI DI UN BODHISATTVA – Testo radice di Shantideva (Istituto Lama Tzong Khapa)

La mala

Tratto da http://www.buddhism.it/insegnamenti/articoli/significato-simbolico-mala/

“La mala è un filo di grani che molti buddhisti usano quando recitano i mantra. È uno strumento pratico e allo stesso tempo pieno di simbolismo. Di solito una mala consiste di centootto grani più piccoli e di un grano più grande che rappresenta uno stupa. La parte appuntuta e superiore di questo piccolo stupa rappresenta lo “stato di verità” che è raggiunto quando si è realizzato che non è possibile trovare un ego o un “io” realmente esistente in modo indipendente e duraturo. Nello “stato di verità” tutte le qualità della mente possono manifestarsi liberamente. La parte rotonda del “grano stupa” mostra a sua volta la gioia che appare quando l’illusione di un ego scompare e tutte le energie che solitamente sono limitate da speranze e paure, da concezioni rigide e dalle preoccupazioni sul passato e sul futuro, vengono liberate. Simbolizza anche l’enorme gioia che si manifesta quando si è liberi da qualsiasi tipo di gioco o di artificiosità.

Quando realizziamo che non c’è alcun ego, e conseguentemente sperimentiamo la grande gioia che questa la realizzazione comporta, allora le qualità che otteniamo si mostrano, a livello relativo, sotto forma di diverse attività e azioni di bodhisattva.

Quando si usa una mala si recita un mantra per ogni grano. Si gira il pollice in senso orario su ogni grano e, quando si arriva al “grano stupa” si gira e si riprende a sgranare la mala nel verso opposto. Questo rende l’uso della mala più semplice perché i grani non saranno troppo stretti sul filo quando li si muove.

… continua sul link proposto 😉

Pillole di pazienza

 

La pazienza e’ un vestito difficile da indossare, ma tutti i meriti si sviluppano nel momento in cui viene indossato.

Questa virtù consiste nella capacità di sopportare e tollerare (senza reagire con collera o vendicarsi)

A) gli atteggiamenti sgradevoli o cattivi delle altre persone, pensando che

a] se qualcuno è negativo con noi, significa che non sa essere migliore di così perchè è accecato dai suoi difetti mentali, non può controllare se stesso e sta soffrendo lui stesso ;
b] quando tali suoi atti negativi matureranno, dovrà soffrirne molto e quindi col suo comportamento attuale sta costruendo qualcosa di cattivo per se stesso ; il che ci deve far sorgere una grande compassione per lui ;
c] d’altronde, quel suo comportamento negativo verso di noi sta rimuovendo un po’ del nostro cattivo karma ;
d] inoltre, quella persona che ora ci fa del male può essere stata nostra madre o padre o fratello o amico o maestro nelle vite precedenti, nelle quali siamostati da essa amati e aiutati;
e] il male che ora stiamo soffrendo fu causato karmicamente da un’azione simile da noi commessa in precedenza ; perciò, poichè è colpa nostra, sarebbe ingiusto rendere la pariglia ;
B) le difficoltà che si incontrano nell’accettare il dolore e le contrarietà fisiche e mentali;
C) la fatica derivante dallo sforzo di capire il Dharma il più profondamente possibile.

 

 

Bastare a noi stessi

Dedicato a tutti quelli che amano ma non si bastano.

“Quando poniamo molta fiducia o aspettative in una persona,  il rischio di una delusione è grande. Le persone non esistono in questo mondo per soddisfare le nostre aspettative  così come noi non siamo qui per soddisfare le loro.
Dobbiamo bastare…  dobbiamo bastare a noi stessi sempre e quando vogliamo stare con qualcuno dobbiamo essere consapevoli che stiamo insieme perché ci piace, lo vogliamo e stiamo bene,  giammai perché abbiamo bisogno di qualcuno.

Una persona non ha bisogno dell’altra, esse si completano…  non per essere due metà, ma per essere un intero,  disposte a condividere obiettivi comuni, gioia e vita.

Nel corso del tempo, ti rendi conto che per essere felice con un’altra persona,  è necessario, in primo luogo, che tu non abbia bisogno di questa persona.

Comprendi anche che la persona che ami (o pensi di amare)  e che non vuole condividere niente con te, sicuramente,  non è l’uomo o la donna della tua vita.

Impari a volerti bene, a prenderti cura di te stesso  e principalmente a voler bene a chi ti vuole bene.

Il segreto non è prendersi cura delle farfalle, ma prendersi cura del giardino, affinchè le farfalle vengano da te.  Alla fine troverai non chi stavi cercando, ma chi stava cercando te.

(Mario Quintana)